Cibi processati e malattia infiammatoria intestinale

Cibi processati e malattia infiammatoria intestinale

L’assunzione di cibi ultralavorati è associata a un rischio più alto di insorgenza della malattia infiammatoria intestinale (IBD). Lo dice uno studio pubblicato sul British Medical Journal da Neeraj Narula della McMaster University, che spiega: «La malattia infiammatoria intestinale (IBD) è più comune nelle nazioni industrializzate e si pensa che i fattori dietetici possano avere un ruolo importante, ma i dati che collegano l'assunzione di cibo ultralavorato all'IBD sono limitati».
Gli scienziati hanno esaminato le abitudini di 116.087 adulti di età compresa fra 35 e 70 anni di 21 paesi a basso, medio e alto reddito. Nel corso del follow up, durato 9,7 anni, 467 partecipanti hanno sviluppato una IBD, nella maggior parte dei casi una colite ulcerosa.
I dati indicano un aumento dell’82% del rischio di IBD fra chi consumava 5 o più porzioni al giorno di cibi ultralavorati e un aumento del 67% fra chi consumava da una a quattro porzioni rispetto a chi ne consumava meno di una al giorno.
Alcuni cibi processati in particolare sono stati associati a rischi più elevati di IBD, fra cui snack salati, carne lavorata, bevande analcoliche e cibi dolcificati. Al contrario, l’assunzione di carne bianca, carne rossa, latticini, frutta, verdura e legumi non è stata associata a un aumento del rischio.
«Poiché la carne bianca, la carne rossa non trasformata, i latticini, l'amido e la frutta, la verdura e i legumi non hanno mostrato associazione con lo sviluppo di IBD, potrebbe non essere il cibo in sé a conferire questo rischio, ma piuttosto il modo in cui il cibo viene reso lavorato o ultralavorato», concludono gli autori.
Anche una ricerca del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS) conferma ora il sospetto che questi cibi siano dannosi per la salute.
Pubblicato sulla rivista scientifica American Journal of Clinical Nutrition, lo studio è stato condotto su oltre 22.000 cittadini partecipanti al Progetto Moli-sani. Analizzando le loro abitudini alimentari e seguendo per anni le loro condizioni di salute, i ricercatori Neuromed hanno potuto osservare che chi consumava un’elevata quantità di questo tipo di alimenti presentava un aumento di rischio di morte per qualsiasi causa del 26% e del 58% per cause cardiovascolari.
“Per analizzare il tipo di cibi – spiega Marialaura Bonaccio, ricercatrice del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione e primo autore dello studio - abbiamo usato la classificazione internazionale NOVA, che caratterizza gli alimenti in base a quanto siano stati sottoposti a processi di estrazione, purificazione o alterazione. In altri termini, quanto siano stati trattati industrialmente. I casi in cui questi processi sono maggiormente applicati rientrano nella categoria dei cibi cosiddetti ultraprocessati. E proprio in chi ha un elevato consumo di questi cibi è emerso l’aumento di rischio per patologie cardiovascolari e cerebrovascolari”.
Il principale imputato potrebbe essere lo zucchero, che viene aggiunto in quantità notevoli. Ma la risposta sembra più complessa. “Secondo le nostre analisi – continua Augusto Di Castelnuovo, epidemiologo del Dipartimento, attualmente presso Mediterranea Cardiocentro di Napoli - l’eccesso di zucchero ha certamente un ruolo nel danneggiare la salute, ma è responsabile solo del 40% dell’aumento di rischio. La nostra idea è che una parte importante la giochi proprio la lavorazione industriale, con le modifiche che può indurre nella struttura e nella composizione dei nutrienti”.
“Gli sforzi per orientare la popolazione a un’alimentazione più sana – commenta Licia Iacoviello, Direttore del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione di Neuromed e professore ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università dell’Insubria a Varese - non possono più essere rivolti solo al conteggio delle calorie o a generici appelli alla Dieta mediterranea, mezzi con cui sono stati ottenuti anche buoni risultati. Ora il fronte si sta spostando: soprattutto i giovani sono sempre più esposti a cibi preconfezionati, facili da preparare e consumare, estremamente attraenti. Ma questo studio, e gli altri a livello internazionale che vanno nella stessa direzione, ci dicono che una corretta alimentazione è fatta anche scegliendo cibi freschi o minimamente lavorati. Spendere qualche minuto in più nel cucinare un pranzo anziché infilare un contenitore nel microonde, o magari preparare un panino ai propri figli anziché mettere una merendina preconfezionata nello zaino, sono tutte azioni che ci premieranno negli anni”.

Fonte: British Medical Journal

30/07/2021 13:33:00 Andrea Sperelli

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