Protesi al seno e rischio di linfoma

Gli effetti di protesi con superfici diverse

Cosa c’è di vero nell’associazione fra protesi al seno e rischio di insorgenza di una forma rara di linfoma? A indagare è uno studio del MIT di Boston pubblicato su Nature Biomedical Engineering con la collaborazione dei colleghi dell’MD Anderson Cancer Center di Houston.
Gli autori hanno analizzato per la prima volta la maniera in cui le cellule del sistema immunitario reagiscono all’impianto di diversi tipi di protesi mammarie in silicone. I dati indicano che quelle con una superficie più ruvida alimentano uno stato infiammatorio locale maggiore che potrebbe essere alla base del linfoma anaplastico a grandi cellule. Le protesi con superficie dura sono le più utilizzate fin dagli anni ’80 perché considerate migliori dai chirurgi estetici.
Il linfoma interessa i linfociti T, ma si tratta in genere di una malattia poco aggressiva che, presa in tempo, si risolve quasi sempre con la rimozione della protesi coadiuvata con un ciclo di chemio o radioterapia.
Si tratta, come detto, di un tipo di cancro rarissimo, tanto che su oltre 400mila protesi impiantate ogni anno negli Stati Uniti si registrano 450 casi.
"In realtà, però, il 95% delle protesi impiantate negli Usa sono con superficie liscia e, se si considerano solo le donne con protesi ruvide o molto ruvide, la probabilità che si verifichi il linfoma aumenta, variando da 1 caso ogni 86.000 a 1 ogni 2.300 donne, a seconda del tipo di protesi", sottolinea Fabio Santanelli di Pompeo, direttore dell'Unità Operativa di Chirurgia Plastica dell'Azienda Ospedaliera Sant'Andrea e professore di Chirurgia plastica presso l'Università "Sapienza" di Roma: "Questo va detto non per generare allarmismi, che non sono giustificati, ma perché è importante che le donne sappiano che esiste un possibile rischio, perché vengano informate correttamente anche del tipo di protesi che è stata - o che verrà - loro impiantata, che finalmente si completi l'attivazione del registro delle protesi mammarie. Negare un problema, seppure di piccola entità, non porta alcun vantaggio: tutte le donne, e a maggior ragione le pazienti che mettono una protesi dopo un tumore, devono poter disporre delle informazioni per valutare rischi e benefici. In particolare, nel loro caso la predisposizione genetica ai tumori potrebbe far salire, secondo il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, tale rischio fino ad 1 caso ogni 335 donne portatrici di protesi".
Già nel 2011 la Food and Drug Administration segnalò la presenza di un certo numero di casi anomali, e nel 2016 l’Oms ha riconosciuto questa forma particolare di linfoma associata agli impianti.
L’ultimo rapporto della SCHEER (Scientific Committee on Health Environmental and Emerging Risks) afferma l’esistenza di un nesso causale fra impianto di protesi mammarie testurizzate e sviluppo del linfoma, con un "grado di evidenza moderato".
"Va sottolineato - commenta Santanelli - che il grado moderato, 4° su una scala di 5 gradi, è il più forte che può essere assegnato sulla base della sola linea di evidenza primaria epidemiologica. Il gruppo incaricato della SCHEER ha lavorato per 18 mesi con sei esperti selezionati da tutto il mondo per arrivare a questa conclusione. Pur conoscendo il ruolo della predisposizione genetica e, a livello cellulare, il meccanismo patogenetico dell'infiammazione cronica, quello che ancora manca è la spiegazione di cosa esattamente provochi tale infiammazione che può scatenare lo sviluppo del linfoma".
Il nuovo studio del MIT ha condotto sperimentazioni su modelli animali, conigli e topi. Sono state riprodotte protesi mammarie in miniatura di 5 modelli in commercio, eseguendo test in vitro su linee cellulari. I risultati sono stati incrociati con le analisi effettuate sui tessuti prelevati da pazienti che avevano sviluppato il BIA-ALCL. I modelli di protesi considerati andavano da una superficie liscia a una micro-testurizzata con "punte" di appena 4 micron (millesimi di millimetro) di altezza, fino a una superficie fortemente testurizzate (con "punte" di 80 micron).
Gli scienziati hanno osservato la potenziale influenza della superficie di una protesi sulla risposta immunitaria. A una minor ruvidità della superficie corrisponde una minore capacità infiammatoria.
"C'è grande interesse - conclude Santanelli di Pompeo - e anche il nostro gruppo di ricerca della Sapienza sta parallelamente conducendo in questo ambito uno studio indipendente presso l'Istituto Superiore di Sanità, finanziato da diverse aziende produttrici di protesi concorrenti tra di loro, con risultati sovrapponibili che saranno a breve pubblicati. Nel frattempo, il messaggio per le pazienti che hanno impianti non è quello di allarmarsi, ma semplicemente di avere un po' più di attenzione all'insorgenza di possibili sintomi quale l'ingrandimento di una delle due mammelle che può essere dovuto alla formazione di un sieroma, eventualmente parlarne con medici esperti e continuare a fare i normali controlli".

30/06/2021 10:12:40 Andrea Sperelli

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