Diabete, vitamina D utile solo per alcuni

Benefici per chi ha una secrezione insufficiente di insulina

L'integrazione di vitamina D non sembra in grado di prevenire lo sviluppo del diabete di tipo 2 nelle persone ad alto rischio. Tuttavia, i pazienti che mostrano una secrezione insufficiente di insulina sembrano beneficiare dell'integrazione. A dimostrarlo è uno studio pubblicato sul British Medical Journal.
«Alcuni studi hanno dimostrato che la carenza di vitamina D è associata a un aumento del rischio di diabete nella vita di un individuo, ma gli studi incentrati sul ruolo degli integratori di vitamina D nella prevenzione del diabete di tipo 2 mostrano risultati incoerenti», spiega Tetsuya Kawahara della University of Occupational and Environmental Health di Kitakyushu, in Giappone, primo autore dello studio.
I ricercatori hanno allora cercato di capire se l'eldecalcitolo - forma attiva di vitamina D usata per trattare l'osteoporosi - potesse ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo fra le persone con ridotta tolleranza al glucosio.
Sono stati coinvolti 1.256 adulti giapponesi con ridotta tolleranza al glucosio reclutati da tre ospedali tra giugno 2013 e agosto 2019.
Randomizzati a ricevere una dose giornaliera di eldecalcitolo o placebo, i soggetti hanno ricevuto una valutazione per il diabete ogni 3 mesi in un periodo di 3 anni.
Dalle analisi non sono emerse differenze significative fra i gruppi riguardo allo sviluppo del diabete di tipo 2 (12,5% eldecalcitolo e 14% placebo) e al ritorno alla normalità della glicemia (23% eldecalcitolo e 20% placebo).
Dopo aver aggiustato l'analisi per 11 fattori potenzialmente confondenti, i dati hanno mostrato che l'eldecalcitolo potrebbe prevenire il diabete di tipo 2 nei pazienti prediabetici con secrezione di insulina insufficiente.
A livello di eventi avversi gravi non è stata registrata alcuna differenza statistica.
«Questo nuovo studio è stato ben condotto e i risultati sono coerenti con altri due studi recenti», afferma Tatiana Christides della Queen Mary University di Londra, in un editoriale collegato. «Tuttavia, sarebbe utile chiarire in quali popolazioni l'integrazione possa essere più efficace e se una durata più lunga del trattamento o un'età più precoce d'inizio potrebbero essere utili», conclude l'editorialista.

Fonte: BMJ 2022. Doi: 10.1136/bmj-2021-066222
BMJ

14/06/2022 15:30:00 Andrea Sperelli


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