Parkinson, pericolose le variazioni di peso

Aumentano il rischio di sviluppare alterazioni cognitive

Meglio evitare variazioni di peso maggiori del 3% del peso corporeo durante le prime fasi della malattia di Parkinson. A dirlo è uno studio pubblicato su Neurology da un team dell'Università di Seul diretto da Jin-Sun Jun.
Lo studio ha preso in esame 358 soggetti che avevano appena ricevuto la diagnosi di Parkinson. Nel corso del primo mese, 98 pazienti erano dimagriti e 59 ingrassati. Tutti i pazienti sono stati sottoposti a test neuropsicologici. I test sono stati ripetuti ogni anno per valutare i sintomi non motori del Parkinson come depressione, ansia e disturbi del sonno.
L'ipotesi peggiore è data dal dimagrimento: chi dimagriva infatti mostrava un declino cognitivo più rapido rispetto a chi ingrassava. In entrambi i casi, tuttavia, i punteggi dei test erano peggiori rispetto a chi non aveva variazioni del peso. Il fattore che più subiva la variazione di peso era la fluenza verbale, indice dell'integrità delle funzioni esecutive, ovvero la capacità di completare un compito.
Il tremore infatti non è l'unico sintomo del Parkinson, c'è anche il rischio di deficit cognitivo, che può portare al PD-MCI - Parkinson disease with mild cognitive impairment, cioè compromissione cognitiva lieve da Parkinson.
C'è inoltre una forma ancora più rischiosa che prende il nome di naPD-MCI: “na” sta per non anamnestico, ovvero declino cognitivo senza compromissione della memoria. Il paziente mostra la solita attenzione e svolge correttamente le normali attività quotidiane, dando una falsa impressione di normalità intellettiva.
«Secondo lo studio PACOs condotto dall'Università di Catania con quella di Palermo — commenta il professor Mario Zappia, presidente dell'Accademia Limpe-Dismov per il Parkinson e i disordini del movimento —, si riscontra PD-MCI nel 40% dei casi e il rischio aumenta col crescere dell'età e della compromissione motoria del paziente».
Il PD-MCI affligge appunto il 30-40% dei pazienti, soprattutto nelle fasi precoci, mentre nelle fasi tardive un terzo circa dei pazienti è colpito da demenza-Parkinson, forma di declino cognitivo più grave, superata solo dalla cosiddetta demenza di Lewy, tuttora incurabile.
Una possibile terapia per la demenza da Parkinson è data dai farmaci usati per la malattia di Alzheimer, anche se i casi sono da valutare singolarmente
«Non sappiamo ancora frenare efficacemente il PD-MCI — conclude Zappia —, ma l'ottimizzazione delle terapie anti-parkinsoniane, un'alimentazione sana, un'attività fisica moderata e regolare, un ambiente emotivamente e intellettualmente stimolante migliorano la cognitività, agendo anche su umore e qualità di vita complessiva del malato. Disporre di un marker che avvisi presto del rischio di conversione può farci attuare da subito tali contromisure».

07/12/2022 17:40:00 Andrea Sperelli


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