Coronavirus, la trasmissione aerea è possibile

Documento pone l’accento sulla possibilità che il virus percorra distanze lunghe

Coronavirus is in the air? Parrebbe di sì, stando a quanto affermano 239 scienziati di 32 paesi che hanno chiesto all’Oms di rivedere le proprie linee guida per il contenimento del nuovo coronavirus.
La ricerca, i cui contenuti sono stati anticipati dal New York Times, afferma che Sars-CoV-2 è in grado di infettare non solo tramite i droplet più consistenti espulsi attraverso starnuti o tosse, ma anche con l’aerosol prodotto parlando. Ciò significa che, mentre i primi possono attraversare poche decine di centimetri prima di cadere a terra, il secondo – più leggero – può sfruttare micro-correnti d’aria per infettare soggetti lontani qualche metro e quindi oltre la distanza minima di sicurezza indicata dalle autorità sanitarie.
Messa in questi termini, sembrerebbe che non abbiamo scampo. Tuttavia, è proprio uno degli autori del documento, il virologo Bill Hanage dell’Università di Harvard, a precisare: "Si ha troppo spesso l'assurda concezione che un virus aerobico sia presente continuativamente nell'aria a causa di goccioline sospese intorno a noi che possano infettarci per diverse ore e che queste goccioline corrano per le strade, si infilino nella buca delle lettere e si intrufolino dappertutto nelle nostre case".
Lo studio, quindi, non sostiene che il mondo sia avvolto da una cappa di coronavirus, ma che, negli ambienti chiusi, c’è la possibilità di essere contagiati da un infetto anche se quest’ultimo si trova a più metri di distanza da noi. L’aerosol prodotto anche dalla semplice respirazione finisce col saturare un ambiente, specie se di dimensioni limitate, aumentando così le probabilità di contagio fra le persone che condividono lo stesso spazio.
Lo studio invita a rivedere la gestione dei sistemi di ventilazione nelle scuole, negli ospizi, negli uffici e in ogni locale pubblico per ridurre il rischio di contagio.
Un altro studio pubblicato sul New England Journal of Medicine da un team del National Institute of Allergy and Infectious Diseases rivela inoltre che il nuovo coronavirus può sopravvivere anche 3 ore al di fuori dell’organismo umano.
I ricercatori hanno spruzzato il virus in aerosol in condizioni di laboratorio, verificandone la sopravvivenza anche per 3 ore.
La carica virale si è dimezzata nel giro di un’ora. Finora però le stime basate su altri virus indicavano la sopravvivenza in qualche minuto al massimo, pertanto il nuovo coronavirus sembra più resistente del previsto.
La distanza di sicurezza di 1,5-2 metri rimane valida perché si tratta di distanze non oltrepassabili da uno starnuto o da un colpo di tosse. "Ma in una stanza in cui resti a lungo una persona infetta, il suo respiro continua a concentrare particelle virali nell'aria. In ambienti affollati e chiusi, anche quando si rispetta la distanza di un metro, sarebbe bene aprire la finestra", spiega Carlo Federico Perno, virologo dell'università di Milano. Carlo Signorelli, professore di Igiene al San Raffaele di Milano, basandosi sulle conclusioni dello studio, pone dei dubbi sugli impianti di aerazione degli ospedali, soprattutto quelli più vecchi: "In ambienti dove si concentrano molti malati, potrebbe rendersi necessario sterilizzare in qualche modo l'aria che passa nei condotti, per evitare che vi si accumulino quantità di virus che possono essere rischiose". Il caso della nave da crociera Diamond Princess potrebbe essere esemplificativo. L’epidemia era dilagata sulla nave anche fra le persone che erano rimaste in cabina: è probabile che i condotti di aerazione abbiano giocato un ruolo nella diffusione del virus: "Avanzare una supposizione di questo tipo è facile, dimostrarla è molto più arduo, ma ci stiamo ponendo il problema" spiega Signorelli.
Al di là degli ospedali, le conclusioni dello studio invitano a maggior cautela in determinate situazioni, come prendere l’ascensore: "Altrimenti sarebbe difficile perfino rispettare la distanza di un metro", sottolinea Signorelli. O in genere negli ambienti affollati: "Lì, non all'aperto, può aver senso indossare la mascherina", suggerisce Perno, che conclude: "Per quanto riguarda le condutture, dalle quali sappiamo che possono dipendere le epidemie di legionella, normalmente nelle case non ci sono. Ma potrebbero essere installate in alcuni luoghi di produzione, dove si usano impianti di condizionamento centralizzati".

06/07/2020 Andrea Sperelli

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