Infarto, il cuore può essere rigenerato

Team italiano cancella la cicatrice provocata dall'infarto

Un team di ricercatori italiani ha ottenuto la rigenerazione di un cuore infartuato su cavie da laboratorio. Gli scienziati dell'Icgeb (Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologia) si sono ispirati alla capacità di salamandre e pesci di rigenerare gli organi perduti. Una caratteristica quasi del tutto persa dall'uomo nel corso dell'evoluzione e di cui rimane testimonianza nella capacità del fegato umano di rigenerarsi parzialmente dopo una lesione.
"Per ora gli esperimenti sono solo su roditori e maiali. Questi ultimi hanno un cuore quasi identico all'uomo", spiega Mauro Giacca, coordinatore di una pubblicazione su Nature con Fabio Recchia della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa.
"Analizzando molte specie animali diverse, abbiamo trovato un piccolo frammento genetico che spinge le cellule del cuore a dividersi. Lo abbiamo somministrato ad alcuni maiali dopo un infarto e abbiamo notato un ritorno alla normalità, almeno temporaneamente" spiega Giacca.
"Una specie di pesci detta zebrafish, dopo un danno cardiaco, resta immobile per alcuni giorni. Poi riprende a nuotare normalmente. Il suo cuore nel frattempo si è rigenerato", spiega il ricercatore.
Nel corso di un infarto, un uomo perde da 1 a 4 miliardi di cellule cardiache, circa un quinto del totale. Il frammento genetico citato da Giacca si chiama microRna-199, è una molecola che viaggia attorno alla doppia elica del Dna, accendendo e spegnendo geni, indicando quali e quante proteine devono essere prodotte per il buon funzionamento delle cellule. “È presente in moltissime specie animali, segno che l'evoluzione lo considera uno strumento importante", spiega Giacca. "Ma non si trova nel cuore. Noi lo abbiamo inserito nell'organo dei maiali con un intervento chirurgico, usando dei virus per recapitarlo all'interno delle cellule. Sappiamo che le cellule del cuore sono restie a dividersi, ma dopo il nostro intervento abbiamo visto che quelle rimaste vive si sono moltiplicate, rigenerando l'organo danneggiato".
La riparazione effettuata dai medici triestini è durata un mese, poi si è presentata una recidiva.
"Dobbiamo mettere a punto il dosaggio e il meccanismo di somministrazione", spiega Giacca. "Ma il nostro è un punto di partenza. Volevamo dimostrare la validità di un metodo".

09/05/2019 Andrea Sperelli


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