Test Hpv, da solo o con Pap test?

Risultati discordanti da diverse ricerche

Secondo una recente ricerca pubblicata su Cancer Cytopathology il test di screening per il papillomavirus umano (Hpv) potrebbe non essere sufficiente per individuare tutti i casi di cancro cervicale.
Lo studio, svolto da un team diretto da Marshall Austin, patologo al Magee Womens Hospital di Pittsburgh in Pennsylvania, ha esaminato i dati relativi a oltre 250mila donne, scoprendo 526 casi di tumore cervicale, con uno screening per l'Hpv risultato negativo nel 18,6 per cento dei casi.
Al contrario, il Pap Test era negativo nel 12,2 per cento dei casi, mentre l'accoppiata dei due esami faceva crollare il tasso di tumori non individuati al 5,5 per cento.
“Il che significa un miglioramento di quasi tre volte del tasso di individuazione del cancro con il cotesting, rispetto allo screening Hpv fatto da solo”, sostiene Austin.
Inoltre, per rilevare una neoplasia intraepiteliale cervicale (Cin) di grado 3, un Pap test positivo risulta migliore rispetto alla positività del test Hpv da solo o del cotest, con tassi rispettivamente del 26,3%, del 25,6% e del 10,9%.
“Questi dati ci ricordano che i limiti dello screening Hpv sono superiori a quanto si pensa, specie nella popolazione più importante, ossia le donne che stanno sviluppando un cancro cervicale”, riprende il patologo. “È noto che l'infezione da Hpv è alla base di quasi tutti i tumori del collo dell'utero, e che il test di screening rileva appunto questo tipo di neoplasia, ma quello che invece è meno noto è che le pazienti con cancro in fase di sviluppo possono essere Hpv-negative a causa di una bassa carica virale”, precisano gli autori. Esistono infatti anche tumori cervicali privi di infezione da Hpv. Inoltre non tutti i ceppi virali sono inclusi nel test.
“Ciò detto, la strategia consigliata è il cotesting, attualmente il metodo che dà alle pazienti la massima protezione”, conclude Austin.
Non sono dello stesso avviso le nuove linee guida sull'argomento pubblicate su Gynecologic Oncology, che sostengono la validità del test del Dna in alternativa al Pap test per l'individuazione del virus del papilloma umano. Gli esperti di diverse società scientifiche americane - fra cui l'American Cancer Society e l'American Society for Clinical Pathology - hanno aggiornato le linee guida precedenti secondo cui il test andava somministrato in combinazione con il Pap-test per essere certi della diagnosi.
“Lo screening Hpv è altamente sensibile, ma la sua specificità dipende dalla frequenza e dalle successive strategie di valutazione”, spiega il principal investigator Warner Huh, dell'Università di Birmingham, in Alabama. “La linea guida, per ora provvisoria, descrive i potenziali vantaggi e svantaggi dello screening primario su Dna del cancro del collo dell'utero rispetto al consueto Pap test”, prosegue Huh.
I dati indicano che il test è in grado di rilevare il Dna di 14 tipi di Papillomavirus ad alto rischio, compresi i tipi 16 e 18, responsabili del 70 per cento circa dei tumori cervicali. Sulla base di questi e altri dati provenienti da una serie di studi sull'argomento, gli esperti interpellati dalla Food and Drug Administration sono giunti alle seguenti conclusioni:

1) il test Hpv per lo screening primario va considerato per le donne dai 25 anni in su;
2) le donne con meno di 25 anni dovrebbero continuare ad effettuare il Pap-test;
3) in caso di esito negativo, il test Hpv non dovrebbe essere ripetuto per almeno 3 anni;
4) al test Hpv positivo per l'Hpv 16 e 18, due tipi associati a un più alto rischio di malattie future, dovrebbe seguire la colposcopia.

11/05/2015 14:55:00 Andrea Piccoli


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