Tirzepatide - il farmaco sviluppato da Eli Lilly per il trattamento del diabete e dell'obesità - fa segnare un nuovo traguardo nella lotta all'eccesso ponderale e alle sue molteplici conseguenze per la salute. In uno studio clinico presentato al Congresso europeo sull'obesità e pubblicato sul New England Journal of Medicine, il farmaco si è dimostrato più efficace rispetto a semaglutide nella riduzione del peso corporeo in persone con obesità, ma senza diabete.
Il trial Surmount V ha confrontato per la prima volta le due principali molecole nel trattamento dell'obesità, offrendo dati solidi e clinicamente rilevanti che chiariscono meglio le caratteristiche di ciascuna terapia e il loro impatto clinico.
Dopo 72 settimane di trattamento, i pazienti che avevano assunto il farmaco sviluppato da Eli Lilly hanno perso in media oltre un quinto del loro peso iniziale: un dato sensibilmente più elevato rispetto a quello fatto registrare da semaglutide.
La sperimentazione clinica ha incluso 751 adulti con obesità, randomizzati in un rapporto 1:1 per ricevere ogni settimana tirzepatide (10 o 15 milligrammi) o semaglutide (1,7 o 2,4 milligrammi) per un totale di 72 settimane. L'età media dei soggetti arruolati era di 44,7 anni: donne in quasi due terzi dei casi (64,7 per cento). Peso corporeo medio: 113 chilogrammi.
La metà dei partecipanti presentava almeno due complicanze associate all'obesità, condizione con cui convivevano (in media) da 16 anni.
Obiettivo della ricerca - coordinata da Louis J. Aronne, direttore del Comprehensive Weight Control Center del Weill Cornell Medicine di New York - era quello di rilevare la variazione percentuale del peso corporeo dall'avvio dello studio alla settimana 72.
I risultati parlano chiaro: tirzepatide ha portato a una perdita media del peso del 20,2 per cento, contro il 13,7 per cento ottenuto con semaglutide. Anche la riduzione della circonferenza vita è risultata superiore con tirzepatide (−18,4 cm, rispetto al -13 fatto segnare da semaglutide).
Tra gli endpoint secondari, risultati significativi sono emersi anche dai tassi di partecipanti che hanno ottenuto obiettivi di riduzione del peso rispettivamente del dieci, del quindici, del venti e del venticinque per cento. Quasi un paziente su cinque tra coloro che avevano assunto tirzepatide ha raggiunto una perdita di peso superiore al trenta per cento (rispetto al 6,9 per cento determinato da semaglutide). Entrambi i trattamenti sono stati generalmente ben tollerati. Gli eventi avversi più comuni sono stati di natura gastrointestinale, in prevalenza lievi o moderati e concentrati nella fase iniziale di titolazione del farmaco (il 6,1 per cento dei partecipanti trattati con tirzepatide ha interrotto il trattamento per eventi avversi, rispetto all'otto per cento con semaglutide). Non sono emerse nuove criticità in termini di sicurezza.
Un'osservazione interessante riguarda le differenze di efficacia tra i sessi: la perdita di peso è risultata circa del sei per cento inferiore negli uomini rispetto alle donne, dato che potrebbe spiegare i risultati leggermente inferiori rispetto ad altri trial precedenti.
La maggiore riduzione del peso corporeo è stata associata a benefici nei principali parametri cardiometabolici: come pressione arteriosa, profili lipidici e glicemia. Secondo gli autori, anche una differenza apparente (come i 5,4 centimetri in più di riduzione della circonferenza vita determinati da tirzepatide) ha rilevanza clinica, vista l'associazione nota tra adiposità addominale e mortalità cardiovascolare.
“Questo è l'aspetto più significativo - commenta Roberto Vettor, responsabile del Centro per le malattie del metabolismo e della nutrizione dell'Irccs Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) -. Più che in relazione al peso perso, l'efficacia di questi farmaci va misurata valutando l'impatto su tutti i parametri correlati all'obesità. Mi riferisco soprattutto al rischio cardiovascolare e cardiometabolico, ma in maniera più ampia anche all'impatto che i chili in eccesso possono avere su tutte quelle condizioni che caratterizzano l'obesità clinica, per com'è stata descritta pochi mesi da una commissione voluta dalla rivista The Lancet: con conseguenze a livello dei reni, del fegato, dell'apparato respiratorio e riproduttivo”.
Quello che oggi può essere messo nero su bianco è che “abbiamo ormai prova che l'effetto di questi farmaci va oltre la perdita di peso”, come peraltro attestano gli studi condotti con tirzepatide che misurano il beneficio nella gestione dello scompenso cardiaco, della sindrome da apnee ostruttive del sonno.
Il merito è da ascrivere con ogni probabilità all'azione di tirzepatide, che si concretizza a livello di due recettori (Glp-1 e Gip). “Oggi sappiamo che l'obesità va oltre il valore dell'indice di massa corporea, ma contempla alterazioni metaboliche, del sistema immunitario, fibrosi diffusa di vari organi - aggiunge Vettor -. Tirzepatide, nello specifico, ha un'azione a livello anche del tessuto adiposo che rende l'efficacia del trattamento significativa e pressoché sovrapponibile a quella che finora è stato possibile raggiungere soltanto con la chirurgia bariatrica”.
“Gli studi head-to-head, che confrontano l'efficacia e la sicurezza di due o più terapie, rappresentano un valido aiuto per la pratica clinica, fornendo nuove evidenze che possono supportare una scelta terapeutica mirata in base alle caratteristiche del paziente e al quadro clinico”, conclude lo specialista.
Il trattamento con tirzepatide si è dimostrato superiore a semaglutide nella riduzione del peso corporeo e della circonferenza vita in adulti con obesità, ma senza diabete.
Questi risultati, insieme alla crescente evidenza da studi clinici e dati real-world, confermano il ruolo emergente di tirzepatide come terapia di riferimento nella gestione farmacologica dell'obesità.
Fonte: AboutPharma
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