Covid, calo degli anticorpi dopo 6 mesi dal vaccino

Ma potrebbe non essere associato a calo dell’immunità

Un nuovo studio pubblicato su Plos One dimostra il forte calo della produzione anticorpale già dopo 3 mesi dal vaccino anti-Covid. La risposta delle IgG policlonali dirette contro la proteina Spike sembra diminuire velocemente a partire dai 3 mesi, continuando a farlo fino ai 6 mesi.
«La caratterizzazione della cinetica della risposta anticorpale alla vaccinazione è importante per elaborare strategie di vaccinazione future, e, proprio per valutarla meglio, abbiamo analizzato la cinetica della risposta anticorpale IgG e IgM a cinque diversi epitopi di SARS-CoV-2 per un periodo di sei mesi. Dato che gli operatori sanitari sono stati tra i primi a essere immunizzati con il vaccino Pfizer-Biontech,
la nostra ricerca ha utilizzato proprio questa popolazione», spiega Jason Cham, di Scripps Clinic/Scripps Green Hospital di La Jolla, in California, primo autore dello studio.
Allo studio hanno partecipato operatori sanitari di almeno 18 anni che avevano ricevuto il vaccino di Pfizer e non avevano riportato sintomi di Covid-19 né precedenti positività al test Pcr.
Gli operatori sanitari hanno sviluppato una risposta anticorpale IgG a SARS-CoV-2 Spike S1, Spike S1 recettore binding domain (RBD), Spike S1S2 e Spike S2 dopo la vaccinazione. La risposta delle IgG è stata osservata due settimane dopo l'immunizzazione nella maggior parte dei campioni dei partecipanti, e ha continuato ad aumentare fino alla quarta settimana, ma successivamente è diminuita in modo significativo a partire da tre mesi e fino a sei mesi. Al contrario, la risposta delle IgM ai rispettivi epitopi è stata minima. «Serviranno tuttavia ulteriori studi per verificare se il declino degli anticorpi sia effettivamente correlato con una diminuzione dell'immunità", concludono gli autori.
Anche uno studio pubblicato sul British Medical Journal sembra confermare questa tendenza.
Secondo la ricerca condotta in Israele su 80mila persone vaccinate, il vaccino di Pfizer fornisce un’ottima protezione contro le infezioni nelle prime settimane, ma il rischio di contagio risale sempre più nel corso dei mesi successivi.
Lo studio è firmato dai ricercatori dei Leumit Health Services israeliani e si basa sull’esame delle cartelle cliniche di 83.057 adulti con età media di 44 anni che tra maggio e settembre sono stati sottoposti a tampone molecolare almeno tre settimane dopo la seconda dose di vaccino. In precedenza, non avevano mai manifestato segni di infezione da Sars-CoV-2. Sono stati esclusi i soggetti già guariti da Covid-19 e chi aveva già assunto la terza dose.
I dati indicano che il 9,6% dei partecipanti (7.973) è risultato positivo al tampone, quasi tutti con variante Delta. Il tasso di positività cresce col passare del tempo:

1,3% tra 21 e 89 giorni,
2,4% tra 90 e 119 giorni,
4,6% tra 120 e 149 giorni,
10,3% tra 150 e 179 giorni,
15,5% dopo 180 giorni.

Il rischio di infezione dopo 5 mesi sale quindi quasi di 3 volte. I risultati indicano quindi che la terza dose è una scelta obbligata per cercare di contenere il numero dei contagi in aumento.
A cambiare le carte in gioco è stata sicuramente la variante Delta. Anche uno studio del Public Health Institute di Oakland, in collaborazione con il Veterans Affairs Medical Center di San Francisco e dello University of Texas Health Science Center, mostra il calo netto dell’efficacia della protezione dall’infezione dei vaccini anti-Covid nel giro di 6 mesi.
Lo studio, pubblicato su Science, ha analizzato l’efficacia dei tre vaccini approvati negli Stati Uniti, cioè Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson nel prevenire il contagio, la malattia grave e la morte su un vasto campione di veterani dell’esercito americano, che rappresentano circa il 2,7% della popolazione statunitense.
L’indagine, condotta fra il 1 febbraio e il 1 ottobre 2021, ha coinvolto 780.225 veterani, 498.148 dei quali completamente vaccinati. All’inizio di marzo, quando la variante Delta stava per prendere piede nel paese, i tre vaccini mostravano una capacità di prevenire l’infezione molto simile: 89,2% per i vaccinati con Moderna, 86,9% per quelli vaccinati con Pfizer e 86,4% per i veterani che avevano ricevuto la singola dose di J&J.
Dopo 6 mesi, tuttavia, le differenze erano nette: il vaccino migliore rimaneva Moderna, con un’efficacia del 58%, Pfizer faceva segnare una protezione del 43,3%, mentre J&J crollava al 13,1%.
Il dato sembra confermare il punto debole del vaccino prodotto da Johnson, cioè il fatto di limitarsi a una dose. Non a caso, in Italia le nuove linee guida raccomandano a chi si è vaccinato con J&J di fare subito il richiamo con un vaccino a mRna, a patto che siano passati 6 mesi dalla prima dose.
Se i risultati sulla prevenzione dell’infezione non paiono molto incoraggianti, al contrario quelli sulla protezione da malattia grave e morte sono confortanti. Malgrado la capacità del virus di “bucare” i vaccini e di replicarsi all’interno dell’organismo, l’immunizzazione riesce a contenerne i danni, impedendo a Sars-CoV-2 di mettere a rischio la vita del soggetto.
Dopo 8 mesi, il tasso di protezione medio contro il decesso è dell’81,7% negli under 65 e del 71,6% negli over 65. Al di sotto dei 65 anni, l’efficacia per vaccino era del 73% per J&J, dell’81,5% per Moderna e dell’84,3% per Pfizer. Al di sopra dei 65 anni, era rispettivamente del 52,2%, del 75,5% e del 70,1%.
«Nonostante l’aumento del rischio di infezione dovuto alla variante Delta, l’efficacia contro i decessi è rimasta alta e, rispetto ai non vaccinati, i veterani completamente vaccinati avevano un rischio molto più basso di morte dopo l’infezione», hanno scritto i ricercatori, che incoraggiano la terza dose per tutta la popolazione anche per ostacolare maggiormente la circolazione del virus.



Fonte: PLoS ONE 2022. Doi: 10.1371/journal.pone.0266781
Plos One

09/05/2022 Andrea Sperelli


Notizie correlate