Long Covid, nuovo studio esclude danni cerebrali

I sintomi sarebbero causati dai postumi dell’infiammazione sistemica

Non danni al cervello, ma i postumi di una reazione autoimmune pesante e di un’infiammazione sistemica difficile da superare. Questa l’ipotesi di un gruppo di ricercatori dell’Università di Friburgo riguardo alla cosiddetta sindrome da Long Covid.
I sintomi che una percentuale non indifferente di pazienti continuano a sperimentare dopo la guarigione – calo della concentrazione, disattenzione, problemi di memoria, stanchezza – non sarebbero quindi dovuti a danni cerebrali permanenti.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Nuclear Medicine, ha preso in esame 31 volontari con sintomi neurocognitivi che si protraevano da oltre 3 mesi. I pazienti sono stati sottoposti a test neuropsicologici e a Pet cerebrale.
Dai test non è emerso alcun danno nelle abilità cognitive, solo in qualche caso è stato registrato un leggero calo delle performance, soprattutto nei test sulla memoria visiva. Nessuna alterazione degna di nota è emersa dalla Pet.
"Nella nostra esperienza, i sintomi cognitivi non sono quasi mai associati a un danno visibile a livello neurologico", spiega a Repubblica Paolo Calabresi, Ordinario di Neurologia e Direttore della UOC di Neurologia presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, "e anche gli attuali studi confermano che Covid-19 colpisce il cervello quasi sempre in maniera indiretta".
Il virus infatti non riuscirebbe a penetrare nel cervello, di conseguenza gli effetti negativi sarebbero dovuti all’eccessiva risposta del sistema immunitario e all’estesa infiammazione provocata dalla malattia.
"Parliamo dei pochi pazienti", commenta Calabresi, "con strascichi neurologici e cognitivi anche rilevanti, che hanno però avuto un'insufficienza respiratoria protratta oppure in cui Covid-19 ha causato un ictus cerebrale. La definizione di Long Covid ha i contorni ancora poco definiti e non è del tutto chiara, inoltre, a soffrirne non sarebbe la maggioranza dei guariti: a riferire sintomi per più di un mese è circa il 13% delle persone e per oltre 2-3 mesi soltanto il 5%".
Uno dei disturbi più frequentemente riportati è l’instabilità posturale associata a vertigini, ma la condizione non trova riscontri clinici a un esame obiettivo.
"Poi possono persistere mal di testa, insonnia, palpitazioni, dolori muscolari, formicolii, ansia e stress, di solito non collegati a anomalie neurologiche o neuromuscolari". Come agire in queste situazioni? "I medici rassicurano il paziente sull'assenza di alterazioni degne di nota", specifica il neurologo, "e la persona può essere indirizzata dallo specialista di riferimento, che può essere il neurologo, lo pneumologo, il cardiologo o un professionista della salute mentale, per il trattamento dei sintomi specifici. I casi più resistenti e gravi, che per fortuna sono pochi, sono gestiti da centri specializzati con un'équipe multidisciplinare preparata su Long Covid".
In generale, spiega Calabresi, l’unica cura è il tempo per consentire all’organismo di trovare il proprio equilibrio dopo l’infezione e la battaglia che ne è scaturita.
"In qualche circostanza, poi, ansia e sintomi da stress post-traumatico, legati anche a come si è vissuta una malattia del tutto nuova, possono aver avuto un ruolo, come accade per traumi quali eventi luttuosi, separazioni, perdita del lavoro e malattie importanti. In questi casi è bene chiedere un aiuto, con un supporto psicologico e/o farmacologico mirato".

24/11/2021 10:00:00 Andrea Sperelli

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