Parkinson, linfociti T come biomarcatori

Le cellule reagiscono in maniera specifica a proteine coinvolte nella malattia

I linfociti T si candidano come nuovi biomarcatori precoci per la diagnosi della malattia di Parkinson. A suggerirlo è uno studio pubblicato su npj Parkinson's Disease dai ricercatori del La Jolla Institute for Immunology (LJI), che mostra come queste cellule del sistema immunitario, note per il loro ruolo nelle malattie autoimmuni, reagiscano in modo specifico a proteine cerebrali coinvolte nel Parkinson anni - se non decenni - prima della diagnosi clinica e prima anche dei problemi motori.
“Questa risposta immunitaria potrebbe rappresentare un marcatore precoce utile per intervenire prima ancora che compaiano i sintomi,” spiega Alessandro Sette, del Center for Vaccine Innovation, La Jolla Institute for Immunology, autore senior dello studio. “E c'è motivo di credere che trattare la malattia nelle fasi molto precoci possa migliorare gli esiti.”
Il lavoro condotto da Sette conferma e amplia dati precedenti ottenuti dallo stesso team, che avevano individuato nei pazienti con Parkinson una presenza significativa di linfociti T reattivi contro due proteine chiave: alfa-sinucleina e PINK1, espresse nei neuroni vulnerabili alla neurodegenerazione.
Uno studio pubblicato all'inizio del 2024, sempre su npj Parkinson's Disease, aveva già evidenziato quali sottotipi di linfociti T attaccano l'alfa-sinucleina, suggerendo un coinvolgimento del sistema immunitario nel processo patologico. Tuttavia, mancava una visione temporale chiara: quando inizia questa reattività?
La risposta è arrivata con il nuovo studio. I ricercatori del LJI hanno analizzato campioni di sangue di volontari con elevato rischio genetico per il Parkinson, alcuni dei quali già presentavano sintomi precoci come disturbi del sonno Rem o perdita dell'olfatto.
Grazie alla tecnica Fluorospot, è stato possibile identificare i linfociti T reattivi a PINK1 e alfa-sinucleina. I dati mostrano che la reattività è massima nella fase prodromica, cioè anni prima della comparsa dei tremori o di altre manifestazioni motorie. In particolare, la risposta contro PINK1 raggiungeva il suo picco massimo prima della diagnosi clinica, fornendo un segnale chiaro del potenziale ruolo dei linfociti T come biomarcatori precoci su cui basare strumenti diagnostici precoci, ma anche nuove terapie.
Nonostante i risultati, Sette invita alla prudenza: la malattia di Parkinson è complessa, e i nuovi dati non dimostrano che siano i linfociti T a causare direttamente l'infiammazione osservata nella malattia.
“Il Parkinson è associato alla distruzione dei neuroni. Ma cosa viene prima: la neurodegenerazione o l'autoimmunità? È il classico dilemma dell'uovo e della gallina”, afferma Sette. “Di certo, il fatto che la reattività T sia più alta vicino al momento della diagnosi è molto interessante. Suggerisce che i linfociti T possano avere un ruolo”.
Nel frattempo che possano essere messi a punto strumenti diagnostici precoci, i ricercatori del LJI stanno studiando strategie per bloccare l'infiammazione e proteggere i neuroni. Alcuni linfociti T sembrano infatti avere anche un ruolo protettivo contro l'infiammazione come spiega Emil Johansson, Ph.D., coautore dello studio: “Vogliamo capire se esistano sottotipi di linfociti T capaci di contrastare l'infiammazione e ridurre quelli autoimmuni”.
Il gruppo di Sette sta inoltre estendendo le ricerche al ruolo dei linfociti T in altre malattie neurodegenerative. “Ci interessa molto anche l'Alzheimer, ad esempio, dove sono stati fatti progressi nell'identificazione delle fasi iniziali”, conclude Sette.

Fonte: AboutPharma

03/07/2025 11:20:00 Andrea Sperelli


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