Anche le creme solari sarebbero un complotto

Molte persone pensano sia meglio non proteggere la pelle

Esporsi al sole ha i suoi aspetti positivi, lo sappiamo. Quello noto a tutti è l'aumento dei livelli di vitamina D grazie al meccanismo di sintesi messo in atto dall'organismo. Alcuni hanno il dubbio però che l'applicazione delle creme solari protettive possa inibire questo meccanismo.
Non è così. Infatti, se è vero che la sintesi della forma attiva di vitamina D è stimolata dalla frazione UV delle radiazioni solari, è anche vero che la quantità di UV necessaria a trasformare la vitamina D nella sua forma attiva è molto bassa, quindi lo scopo viene raggiunto anche dopo l'applicazione di creme ad alta protezione.
La protezione data dalle creme, infatti, non è mai totale. Quelle maggiormente protettive mostrano sulla confezione la dicitura 50+. Tra l'altro, la quantità di crema che applichiamo mediamente è molto inferiore a quella realmente necessaria a fornire il fattore protettivo indicato.
Per una crema con fattore protettivo 50, in realtà si applica una quantità sufficiente a dare un fattore protettivo 15-20. Un aspetto su cui peraltro dovremmo prestare più attenzione, perché questo sì rappresenta una minaccia alla nostra salute.
Anche perché i danni derivanti da un'esposizione incontrollata al sole sono potenzialmente molto peggiori di una riduzione della sintesi di vitamina D, nel caso facilmente trattabile con una semplice integrazione.
Secondo gli influencer “anti-crema” che spopolano sui social media, anche quello che mette in guardia dai rischi del sole sarebbe un complotto per alimentare i profitti dell'industria cosmetica, così come i vaccini sarebbero utili solo alle aziende farmaceutiche. Alcuni ne deducono che va benissimo esporsi al sole anche senza protezione, perché i benefici sul sistema immunitario derivati dalla maggior produzione di vitamina D sarebbero in grado di neutralizzare qualunque eventuale rischio.
In realtà, è vero che il contenuto di questa vitamina nell'alimentazione può essere insufficiente, ma per beneficiare di quella prodotta dalla nostra pelle basta la minima esposizione al sole che si ha nella vita quotidiana, semplicemente recandosi ogni giorno a scuola o al lavoro. Non esiste invece alcuna prova che l'uso dei filtri solari riduca i livelli di vitamina D nel sangue.
Alcuni non diffidano dei solari in toto, ma raccomandano di privilegiare quelli con “filtri fisici”, anche detti “minerali”, rispetto a quelli con “filtri chimici”: i primi, a base di sostanze altrettanto “chimiche”, come l'ossido di zinco, costituiscono una barriera al passaggio dei raggi UVA e UVB, mentre quelli definiti “filtri chimici” si basano su sostanze che li assorbono, soprattutto avobenzone, ossibenzone e octinossato.
Sebbene altri studi in passato avessero già sollevato la questione, il dibattito è stato recentemente rinfocolato da alcuni articoli scientifici pubblicati sull'autorevole rivista JAMA. Il più allarmante è del marzo 2020, anche perché condotto dagli esperti della Food and Drug Administration statunitense, l'agenzia che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici.
Dopo aver sperimentato diversi prodotti in varie formulazioni (latte, spray, crema ecc.) sulla pelle di una cinquantina di volontari, gli autori hanno dimostrato che le sei sostanze chimiche testate sono assorbite nel circolo sanguigno e in tre settimane di applicazione possono superare i livelli di concentrazione dimostrati come sicuri dall'agenzia. Attenzione, però. Oltre questa soglia non abbiamo prove di tossicità, ma solo la necessità di ulteriori sperimentazioni.
Questa conclusione, infatti, come raccomandano gli stessi scienziati, non significa che le persone dovrebbero smettere di usare i filtri solari: negli Stati Uniti si diagnosticano ogni anno circa 5 milioni di tumori maligni della pelle, tra melanoma e altri tipi di malattia, il 90% dei quali è da ricondurre all'esposizione al sole. L'abbronzatura selvaggia rappresenta quindi un rischio certo, mentre i possibili effetti negativi delle creme sarebbero tutti da verificare.
Proprio l'aumento nel numero dei casi di tumori della pelle ha spinto i medici a insistere maggiormente sull'utilizzo di protezioni solari: mentre un tempo si consigliava la crema solo durante le vacanze al mare o in montagna, oggi gli esperti suggeriscono di applicare possibilmente una protezione tutto l'anno, e ripetere l'applicazione durante il giorno. In teoria ciò potrebbe cambiare il profilo di sicurezza di un prodotto: sicuro per un uso occasionale, meno se usato in grandi quantità tutti i giorni per anni. Anche per questo l'FDA ha chiesto ulteriori accertamenti alle aziende, senza però smettere di raccomandare l'uso dei filtri ai cittadini.
Sulla necessità di proteggersi dai raggi ultravioletti a livello scientifico c'è pieno consenso. I filtri solari servono a ridurre il danno dell'esposizione diretta al sole. Per maggiore prudenza nei confronti degli organismi in crescita, l'American Academy of Pediatrics mette per esempio in guardia dall'utilizzo dell'ossibenzone nei prodotti per i bambini, opta per i filtri fisici e soprattutto per l'uso di indumenti protettivi. Fino a sei mesi di età, poi, tutti sconsigliano di esporre i bambini direttamente al sole: solo se non c'è modo di proteggerli è meglio applicare la crema sulle parti scoperte.
Per gli adulti, invece, oltre all'ombra e a indumenti protettivi (cappello e occhiali da sole compresi) l'American Academy of Dermatology raccomanda sempre l'uso dei filtri solari nelle parti esposte, non solo al mare o in montagna, ma anche nel corso di altre attività all'aperto.

31/07/2023 16:30:00 Andrea Sperelli


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