La complessità di Sars-CoV-2 rimanda la fine della pandemia

Nonostante vaccini e nuovi farmaci il virus continua a far male

L’arrivo dei vaccini all’inizio dello scorso anno ha segnato un punto di svolta nella battaglia contro Sars-CoV-2. Dopo mesi di puro e semplice contenimento, siamo passati al contrattacco, ostacolando la diffusione e le conseguenze più serie di Covid-19.
Il successo della campagna vaccinale è inconfutabile e pienamente visibile nei numeri. Il tasso di ricoveri e mortalità è stato abbattuto, nonostante l’arrivo di nuove varianti abbia prodotto un nuovo aumento dei contagi. Pur avendo perso la capacità di bloccare il contagio, i vaccini hanno mantenuto quella ben più importante di proteggere dalle conseguenze più gravi della malattia, salvando milioni di vite in tutto il mondo.
Tuttavia, il nuovo coronavirus sembra beneficiare di risorse inaspettate. Omicron, con le sue molteplici sottovarianti, mostra oltre 30 mutazioni amminoacidiche nella proteina Spike, 15 delle quali localizzate nel domain di legame con il recettore coinvolto nell'interazione virus-cellula, mediata dal recettore dell'ACE-2.
Ciò ha prodotto, oltre alla già citata evasione vaccinale per quanto riguarda la capacità diffusiva, l’inutilizzabilità di diversi anticorpi monoclonali. Antivirali e anticorpi monoclonali sono però necessari per affiancare l’azione dei vaccini. Questa esigenza si evince anche dalle indicazioni ministeriali per la gestione domiciliare dei pazienti con COVID-19, aggiornate dopo che anche in Italia sono diventati disponibili i nuovi farmaci antivirali orali. In Italia è anche disponibile un antivirale somministrabile per infusione endovenosa, già autorizzato da EMA per il trattamento in corso di COVID-19 con polmonite in ossigenoterapia, la cui indicazione è stata estesa anche al trattamento negli adulti con infezione COVID-19 non in ossigenoterapia che presentino un aumentato rischio di progressione verso una forma severa di malattia.
Il documento del ministero riafferma l’utilità di antivirali e anticorpi monoclonali nei pazienti con Covid-19 lieve o moderato di recente insorgenza non ospedalizzati e non in ossigenoterapia, che presentino fattori di rischio per lo sviluppo di forme gravi di malattia.
I dati indicano la riduzione sensibile di ricoveri e decessi nei pazienti a rischio trattati entro il quinto giorno dall’insorgenza dei sintomi. Significati in questo senso sono i risultati dello studio randomizzato in doppio cieco di fase 2/3 EPIC-HR in cui sono stati reclutati pazienti con diagnosi di COVID-19 non ospedalizzati che presentavano un aumentato rischio di progressione severa della malattia.
Dallo studio si evince come la terapia antivirale consenta di ridurre dell’89% il rischio di ricoveri e decessi. I pazienti erano stati assegnati in maniera randomizzata a ricevere l’antivirale orale o un placebo. Fra i 389 pazienti che avevano assunto il farmaco entro 3 giorni dalla comparsa dei sintomi, nelle 4 settimane successive si sono registrati 3 ricoveri senza alcun decesso, contro i 27 ricoveri e 7 decessi fatti registrare nel gruppo di 385 pazienti del gruppo placebo.
Sono stati registrati risultati simili anche nei pazienti che avevano iniziato la terapia entro il quinto giorno dall’insorgenza dei sintomi. I ricoveri in questo gruppo sono stati 8 su 1.039 pazienti trattati, senza alcun decesso. Nel gruppo di controllo, invece, i ricoveri sono stati 66 su 1.046 pazienti, con 13 decessi complessivi.

09/05/2022 10:56:00 Andrea Sperelli


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