Perché le donne vivono mediamente più a lungo degli uomini? La longevità femminile, che vale peraltro per la maggior parte delle specie mammifere, è un fenomeno da tempo studiato e analizzato.
A giocare un ruolo importante sono gli ormoni sessuali come gli estrogeni. Quando il livello di estrogeni si riduce, come accade in menopausa, il sistema immunitario sembra indebolirsi e le donne raggiungono gli uomini in termini di sviluppo di malattie.
Anche i modelli comportamentali sono determinanti. Le donne in genere fumano e bevono meno degli uomini, comportamenti legati a una mortalità superiore, e sono più propense a eseguire esami di screening e a guidare con prudenza.
Un team di ricercatori dell'Università della California di San Francisco sta analizzando tuttavia anche il ruolo del secondo cromosoma X, finora ritenuto a torto dormiente.
L'ipotesi degli studiosi è che con l'invecchiamento il cromosoma X secondario si risveglierebbe attivando una serie di geni in grado di determinare una vita più lunga. «Se riuscissimo a capire che cosa rende un sesso più resiliente o vulnerabile avremo una nuova comprensione molecolare per arrivare a nuove terapie capaci di rendere uomini e donne più resilienti», ha affermato la professoressa Dena Dubal, neurologa all'Università della California a San Francisco.
Lo stesso gruppo di lavoro ha esaminato in passato dei topi geneticamente modificati con diverse combinazioni di cromosomi sessuali e organi riproduttivi. Quelli con due cromosomi X (sesso biologico femminile) e ovaie vivevano più a lungo, seguiti dai topi con due cromosomi X e testicoli. I topi con cromosomi XY (sesso biologico maschile) avevano una durata di vita più breve. «C'era qualcosa nel secondo cromosoma X che proteggeva i topi dalla morte precoce nella vita, anche se avevano i testicoli», ha commentato la dottoressa Dubal. «E se ci fosse qualcosa in quel secondo cromosoma X che fosse in qualche modo legato a una maggior giovinezza?».
Risultati che potrebbero manifestarsi anche fra gli esseri umani. Nell'ultima ricerca i ricercatori hanno esaminato modelli murini ibridi e tessuto cerebrale umano donato da uomini e donne anziani. I ricercatori si sono concentrati sul gene PLP1, che aumenta la sua espressione nei neuroni, nelle connessioni neurali e negli astrociti, che hanno un importante ruolo nella memoria. Il gene PLP1 esprime una proteina coinvolta nella formazione delle guaine mieliniche che circondano i neuroni e consentono loro di inviare messaggi in modo più efficiente.
Nelle femmine di topo anziane si registrava una maggiore espressione del gene PLP1, il motivo alla base di una migliore efficienza cognitiva.
Osservando il tessuto cerebrale donato alla scienza da persone anziane, gli studiosi hanno scoperto un'espressione superiore di PLP1 nel paraippocampo, aspetto paragonabile a quanto accade fra i roditori. Una possibile chiave terapeutica futura per contrastare il declino cognitivo.
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