La demenza da ipertensione

Individuate le strutture cerebrali danneggiate dalla pressione alta

Ben nota per la sua correlazione con danni cerebrali acuti come l'ictus, l'ipertensione si sta rivelando sempre più come un fattore di rischio anche per la demenza.
Secondo uno studio dell'Università della California di Davis pubblicato su Jama Network Open, soffrire di ipertensione a 30 anni potrebbe pregiudicare la salute cerebrale a 70, con un aumento conseguente delle probabilità di demenza.
I ricercatori hanno messo a confronto le immagini della risonanza magnetica cerebrale di anziani con pressione alta fra i 30 e i 40 anni con quelle di anziani che da giovani avevano una pressione nella norma. In totale, sono stati analizzati i dati di 427 soggetti.
Dalle scansioni cerebrali emergono differenze significative: i soggetti con pressione alta mostravano volumi cerebrali molto ridotti e una peggiore integrità della materia bianca, fattori associati alla demenza. I dati indicano anche la maggiore probabilità di effetti negativi fra gli uomini.
"Le cure per la demenza sono estremamente limitate, quindi identificare i fattori di rischio modificabili nel corso della vita è fondamentale per ridurre l'onere della malattia", sottolinea la prima autrice Kristen George.
"L'ipertensione è un fattore di rischio incredibilmente comune e curabile associato alla demenza. Questo studio indica che soffrire di ipertensione nella prima età adulta influisce sulla salute del cervello decenni dopo", continua George.
Un'altra ricerca nata da una collaborazione internazionale mette in evidenza quali strutture cerebrali vengono gradualmente danneggiate dalla pressione arteriosa elevata, fino a causare declino cognitivo.
Lo studio, che vede la partecipazione dell'Università di Edimburgo nel Regno Unito, l'Università di Cracovia in Polonia, il Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale dell'I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS) e altre istituzioni scientifiche europee, è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica European Heart Journal (the official journal of the European Society of Cardiology). I ricercatori hanno preso in esame circa 33.000 esami di risonanza magnetica nucleare di persone inserite nel grande studio epidemiologico UK Biobank, ai quali è stato affiancato un gruppo di individui, ipertesi e non, reclutati nel Neuromed di Pozzilli. Oltre alle risonanze magnetiche, analizzate mediante tecniche avanzate capaci di caratterizzarne ognuna con quasi quattromila differenti misure, tutti erano stati sottoposti alla misurazione della pressione arteriosa ed a test cognitivi. Analisi statistiche avanzate, che hanno tenuto conto di molteplici fattori, tra cui anche quelli genetici, sono state quindi eseguite sui dati raccolti.
“Il nostro - spiega l'ingegner Lorenzo Carnevale, ricercatore del Dipartimento di Angiocardioneurologia e medicina traslazionale presso l'IRCCS Neuromed e uno dei principali autori dello studio - è stato un approccio che potremmo definire triangolare. I vertici del triangolo sono costituiti da pressione arteriosa, analisi avanzate delle immagini delle risonanze e test cognitivi. In questo modo abbiamo potuto stabilire correlazioni che mettono in evidenza come, in presenza di ipertensione, alcune caratteristiche alterazioni cerebrali, misurabili nelle risonanze, possono spiegare la comparsa di decadimento cognitivo nei pazienti. È importante notare che questo non è un semplice lavoro di associazione, ma utilizza una tecnica denominata Randomizzazione Mendeliana che sfrutta le informazioni genetiche dei soggetti inclusi nello studio per identificare un nesso causale tra la pressione arteriosa, il danno cerebrale e le funzioni cognitive. E bisogna sottolineare come i dati ottenuti dalla UK Biobank abbiano trovato riscontro nella popolazione reclutata presso il nostro ospedale in Molise”.
I danni causati dall'ipertensione sembrano colpire soprattutto i sistemi di connessione tra le varie aree cerebrali, sia a livello della sostanza bianca (le fibre assonali che mettono in comunicazione i neuroni) sia in quelle strutture nervose destinate proprio a gestire le comunicazioni tra aree diverse. E questo spiegherebbe la progressiva perdita di funzione cognitiva in alcuni pazienti.
“I risultati di questo studio - commenta il professor Giuseppe Lembo, Professore di Scienze Tecniche e Mediche Applicate all'Università “La Sapienza” di Roma e direttore del Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale dell'IRCCS Neuromed - sono importanti a più livelli. Prima di tutto ci dicono che il cervello deve sempre più essere considerato un organo bersaglio dell'ipertensione, non solo per eventi come l'ictus cerebrale ma anche per quei danni subdoli e progressivi che, portando alla demenza, incidono in maniera rilevante sulla qualità della vita dei pazienti e portano con sé enormi costi sociali. Inoltre, abbiamo dimostrato l'esistenza di un danno cerebrale ascrivibile ai livelli di pressione arteriosa e ne abbiamo identificato le specifiche caratteristiche che possiamo valutare mediante analisi di risonanza magnetica avanzate. In futuro, quindi, potremmo focalizzarci su queste strutture per prevedere il rischio di danni cognitivi in pazienti ipertesi. Infine, questi dati potranno essere cruciali per una fase successiva di questi studi, già intrapresa nella nostra struttura e supportata da un importante finanziamento del Ministero della Salute: studiare le attuali terapie farmacologiche con l'obiettivo di ottenere, oltre a un buon controllo della pressione arteriosa, anche la prevenzione del danno cerebrale e del declino cognitivo a essa associato”.
Uno studio australiano pubblicato su European Heart Journal mostra invece come la riduzione dei livelli pressori abbia la conseguenza di allontanare l'eventualità dell'insorgenza della demenza nelle persone di mezza età.
Ruth Peters, coordinatrice dello studio del Neuroscience Research Australia, spiega: «Anche una piccola riduzione potrebbe avere un impatto globale notevole, visto l'invecchiamento della popolazione e il costo delle cure delle persone con demenza».
I ricercatori hanno analizzato i dati di partecipanti a 5 studi seminali randomizzati in doppio cieco e controllati con placebo. Sono state così incluse oltre 28.000 persone di età media di circa 69 anni provenienti da 20 diversi paesi.
I dati mostrano l'effetto positivo del trattamento antipertensivo fra i più anziani, che vedono abbassarsi le loro probabilità di soffrire di demenza senile. Una riduzione media della pressione sanguigna di 10/4 mmHg grazie a un trattamento antipertensivo ha ridotto il rischio di demenza incidente (odds ratio 0,87). A una riduzione maggiore corrispondeva inoltre una maggiore riduzione del rischio di demenza.
«I nostri risultati implicano un'ampia relazione lineare tra la riduzione della pressione arteriosa e la diminuzione del rischio di demenza, a prescindere dal tipo di trattamento utilizzato», afferma Peters. «Attualmente, forniamo il più alto grado di evidenza disponibile per dimostrare che il trattamento antipertensivo per diversi anni riduce il rischio di demenza».
È da verificare la possibilità che un'ulteriore riduzione della pressione in soggetti con valori pressori nella norma o un inizio precoce del trattamento possano ridurre il rischio di demenza a lungo termine.

Fonte: European Heart Journal 2022. Doi: 10.1093/eurheartj/ehac584
European Heart Journal

11/04/2023 14:30:00 Andrea Sperelli


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