Covid, la variante sudafricana è più resistente

Anche gli anticorpi di guariti e vaccinati faticano a contenerla

La variante sudafricana di Sars-CoV-2 mostra maggiore capacità di resistenza agli anticorpi generati dopo una guarigione o dopo la vaccinazione. A rivelarlo è uno studio dell'Istituto di Microbiologia ed Epidemiologia di Pechino e del Centro socio-sanitario Ningjin di Dezhou.
Lo studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, si è basato sull'utilizzo del siero prelevato da 34 pazienti 5 mesi dopo la loro infezione e da altri 50 soggetti 2-3 settimane dopo la vaccinazione effettuata con Sinopharm o Sinovac.
I sieri sono stati testati su 4 tipi di virus: il wild-type originario di Wuhan, la principale variante dello stesso chiamata D614-G e le varianti inglese (B.1.1.7) e quella sudafricana (B.1.351).
Fra tutti, la variante sudafricana è quella che ha mostrato la maggior resistenza durante la sperimentazione.
Un risultato che sembra confermare quello ottenuto dall'Università di Tel Aviv e dall'Istituto Cialit, secondo cui la B.1.351 riuscirebbe a eludere anche il controllo del vaccino sviluppato da Pfizer/BioNtech, con riferimento tuttavia solo alla prima dose.
Lo studio si è basato sull'analisi di quasi 400 persone risultate positive a Sars-CoV-2 dopo aver ricevuto una dose di vaccino. Le persone sono state confrontate con lo stesso numero di persone infette e non vaccinate. La prevalenza della variante sudafricana fra i pazienti vaccinati era 8 volte superiore rispetto alla popolazione vaccinata. Questo perché il vaccino aveva abbattuto i contagi derivanti dagli altri ceppi, molto presenti invece nel gruppo di controllo.
«Ci saremmo aspettato solo un caso di variante sudafricana, ne abbiamo trovati otto», ha detto la professoressa Adi Stern, che ha guidato la ricerca, al quotidiano The Times of Israel. «Riteniamo comunque - scrive la scienziata su Twitter - che la ridotta efficacia si verifichi solo in un piccolo lasso di tempo. Nessun caso di B.1.351 si è verificato dopo 14 giorni dalla seconda dose».
Gli 8 casi registrati si sono verificati infatti entro 7 giorni dalla seconda dose. L'altra buona notizia è che la variante sudafricana sembra incapace di diffondersi in maniera efficiente, mostrando un tasso di contagiosità molto più basso rispetto a quello della variante inglese che ormai è predominante in tutto il mondo.
Il professor Ran Balicer, direttore delle ricerche al Clalit, ha definito l'indagine «molto importante». «È il primo studio al mondo basato su dati reali e mostra che il vaccino è meno efficace contro la variante sudafricana in confronto al virus originale e alla variante britannica».
Uno studio condotto dalla stessa Pfizer aveva invece concluso che il vaccino era efficace anche contro la variante sudafricana. Allo studio avevano partecipato 800 soggetti, osservando alla fine 9 casi di Covid, tutti nel gruppo placebo, rivelando quindi un'efficacia del vaccino pari al 100%. Lo studio aveva generato entusiasmo perché era stato portato avanti proprio in Sudafrica, dove la variante B.1.351 è predominante.
Intanto, le case farmaceutiche stanno studiando le contromosse nei confronti delle varianti. Una delle ipotesi in campo è l'adozione di una terza dose per rafforzare ulteriormente la risposta immunitaria delle persone. Tuttavia, questa scelta comporterebbe notevoli difficoltà nell'organizzazione delle campagne vaccinali, già in crisi per la penuria delle dosi.
Sia Pfizer che Moderna stanno però testando anche versioni leggermente modificate dei propri vaccini affinché rispondano anche alle nuove minacce. L'aspetto positivo dei due vaccini è l'uso della tecnologia a mRna, più facile e veloce da modificare. Il compito appare più arduo per gli altri vaccini a vettore virale come AstraZeneca o Sputnik.

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