AstraZeneca, dimezzare la prima dose per evitare trombosi

Possibile vaccinare il doppio delle persone con meno effetti collaterali

Ridurre la prima dose del vaccino di AstraZeneca potrebbe avere un duplice effetto positivo: scongiurare i rarissimi casi di trombosi che si sono verificati in diversi paesi e al contempo aumentare il numero delle persone vaccinate.
A suggerire la soluzione è il team dell'Università di Greiswald guidato da Andreas Greinacher. In tutta Europa sono stati segnalati 222 casi sospetti della rara forma di trombosi caratterizzata da coaguli di sangue e bassa conta piastrinica, 30 sono i decessi certificati.
I sintomi legati a questa forma di trombosi assomigliano a quelli associati a una rara reazione avversa all'eparina, la trombocitopenia indotta da eparina (HIT). In questa condizione, il sistema immunitario produce anticorpi contro un complesso di eparina e la proteina PF4 (fattore piastrinico 4), stimolando la produzione di piastrine che finiscono per formare coaguli di sangue in tutto il corpo. I ricercatori hanno definito la condizione trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (VITT).
Il team di Greinacher ha ipotizzato un possibile meccanismo alla base della malattia. Il vaccino di AstraZeneca - ribattezzato Vaxzevria - si basa su un adenovirus progettato per infettare le cellule e stimolarle alla produzione della proteina Spike del nuovo coronavirus. Ogni dose di vaccino contiene circa 50 miliardi di particelle virali, alcune delle quali potrebbero rompersi e rilasciare il loro Dna. Proprio come l'eparina, anche il Dna ha una carica negativa, pertanto potrebbe facilmente legarsi alla proteina PF4, che ha invece una carica positiva. Si innescherebbe così la produzione di anticorpi.
L'altra ipotesi è che gli anticorpi siano già presenti nelle persone colpite e il vaccino si limiterebbe a potenziarli. Tante persone mostrano la presenza di anticorpi contro PF4, ma di norma vengono tenuti sotto controllo da un meccanismo immunitario chiamato tolleranza periferica, come spiega l'ematologo Gowthami Arepally della Duke University School of Medicine: "Quando vieni vaccinato, a volte i meccanismi di tolleranza periferica vengono interrotti", spiega. "Quando ciò accade, possono scatenarsi eventuali sindromi autoimmuni cui sei predisposto, come HIT".
Alcuni ricercatori hanno ipotizzato anche che siano gli anticorpi generati contro la Spike del virus a reagire in maniera crociata con PF4. Se fosse così, tuttavia, si dovrebbero manifestare casi della rara condizione anche in pazienti vaccinati con Pfizer e Moderna. Al contrario, non sono stati riportati casi di VITT nei soggetti che hanno assunto i vaccini a mRna, prova del fatto che il meccanismo è associato in qualche modo all'utilizzo dell'adenovirus. Una conferma potrebbe venire da alcuni casi di VITT manifestati in soggetti vaccinati negli Stati Uniti con Johnson & Johnson, altro vaccino basato su un adenovirus modificato.
Secondo Greinacher, come detto, la soluzione potrebbe venire dal dimezzamento della dose. Nello studio di fase III di AstraZeneca nel Regno Unito, un piccolo numero di persone ha ricevuto per sbaglio una dose più bassa del prodotto, manifestando in genere meno effetti collaterali. È probabile che metà dose significhi anche una minore probabilità di innescare il meccanismo alla base della VITT.
Sulla base dei risultati, sono state comunicate nuove raccomandazioni: le persone vaccinate che hanno dolori alle gambe, vertigini, mal di testa o disturbi visivi dal quinto giorno dopo la vaccinazione devono essere testate per l'HIT di tipo 2.
Pare infatti che i sintomi trombotici si manifestino soltanto a partire dal quinto giorno. In caso di test positivo, i medici tedeschi suggeriscono di somministrare l'immunoglobulina G per via endovenosa contro l'attivazione del CD32. Ciò presumibilmente interromperà il meccanismo che porta alla trombosi. “La terapia dovrebbe essere disponibile in ogni ospedale di medie dimensioni”, ha affermato Andreas Greinacher.

Fonte: Research Square

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