Ipotermia controllata -
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Ipotermia controllata
Di Dr.ssa Maglioni (del 21/01/2011 @ 13:01:07, in Lettera I, visto n. 2921 volte)


È un trattamento di primo soccorso che si utilizza su pazienti vittime di arresto cardio-circolatorio (ACC) atto a ridurre il tempo di arresto e quindi il danno ipossico legato all’assenza di flusso ematico cerebrale. L’obiettivo è quello di raggiungere la temperatura interna < 34°C (32-34°C) nel minor tempo possibile (nostro obiettivo entro 2 ore, al massimo entro 6 ore). Valori inferiori di temperatura sono controindicati in letteratura in quanto incrementano solo gli effetti collaterali senza miglioramento dei risultati neurologici. Nei mezzi di soccorso il raffreddamento si ottiene tramite metodi attivi e passivi. I primi, decisamente più efficaci, prevedono l’utilizzo di due linee di infusione periferiche su cui infondere le flebo fredde a 4 °C a velocità elevata oltre all’apposizione di buste di ghiaccio istantaneo a livello dei grossi vasi (inguine, collo,ascelle, tronco). È consigliato avvolgere una parte del deflussore attorno aduna sacca di ghiaccio. I sistemi passivi prevedono la denudazione del paziente in ambiente preferibilmente condizionato ( temperatura non oltre i 15°C) e l’utilizzo di teli termici (oro/argento). Nel caso d’induzione o mantenimento intraospedaliero si ricorre anche all’utilizzo di materassi refrigeranti, a sistemi di ventilazione fredda (sistema tunnel), all’infusione in vena centrale (in alternativa alle vie periferiche) e all’accurato isolamento termico delle vie d’infusione. La durata del mantenimento è di 24 ore dal momento del raggiungimento del target termico. In entrambe le circostanze (extra/intraospedaliero) il mantenimento, raggiunta la temperatura di 33°C, si ottiene con il controllo dei sistemi di raffreddamento. Nella gran parte dei casi si sospendono, o si riducono, le infusioni fredde mentre si mantengono in funzione gli altri presidi. In ogni caso ad indirizzare il comportamento degli operatori saranno i valori di temperatura rilevati (timpanica sul territorio, vescicale/esofagea in ospedale). La normalizzazione della temperatura deve essere ottenuta in maniera graduale in non meno di 8 ore. Se necessario è possibile ricorrere all’utilizzo di antipiretici. Queste ultime due fasi di mantenimento e ritorno alla normotermia (e verosimilmente anche il raggiungimento del target termico) si realizzano sempre all’interno del reparto di Rianimazione. Un attento monitoraggio (sia in ambulanza che in Terapia Intensiva) limita i possibili effetti collaterali che l’ipotermia terapeutica può comportare, quali squilibri elettrolitici e glicemici, coagulopatie e sviluppo di infezioni. Attualmente l’incidenza stimata dall’American Heart Association dell’arresto cardiaco nei paesi industrializzati è di 0,55 casi su 1000 abitanti. Nei due terzi dei casi non vi sono sintomi premonitori e circa il 60% è trattato dai servizi di emergenza extraospedalieri (questo valore varia secondo la realtà geografica). La maggioranza degli arresti trattati presenta, al momento dell’arrivo dei soccorsi, una fibrillazione ventricolare. A questo tipo di aritmia si associa una maggiore percentuale di successo della rianimazione. Sul totale degli arresti circa il 20% è resuscitato con successo grazie alle attuali tecniche. Nonostante lo sviluppo, la diffusione e l’aggiornamento delle procedure rianimatorie la prognosi a distanza dell’evento è, in termini di disabilità neurologica, ancora ad oggi, infausta. Tra i pazienti sopravvissuti, circa l’80% rimane in coma post-anossico per periodi più o meno prolungati. Successivamente circa il 40% dei pazienti evolve verso uno stato vegetativo persistente e la mortalità ad un anno rimane decisamente elevata (80%). Molti fattori incidono sulla prognosi, primi tra tutti il ritmo di presentazione (defibrillabile o non), la tempestività dei soccorsi, la precocità di induzione dell’ipotermia terapeutica. È ormai certo che l’ipotermia controllata in pazienti selezionati che hanno subito un ACC rappresenta uno strumento fondamentale per la prevenzione del danno neurologico, in particolar modo quello secondario alla ripresa del circolo (danno da riperfusione).

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