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Di salute (del 16/04/2021 @ 11:47:46, in Lettera T, visto n. 123 volte)
La trombocitopenia è una carenza di piastrine (trombociti) nel sangue, che aumenta il rischio di sanguinamento. Si verifica quando il midollo osseo produce una quantità insufficiente di piastrine, o quando ne viene distrutto un numero eccessivo oppure quando si accumulano nella milza ingrossata. Segno evidente è il sanguinamento cutaneo ed ecchimosi.
Per determinare la causa vanno eseguiti gli esami del sangue.

Le piastrine sono cellule che circolano nel torrente ematico e favoriscono la coagulazione del sangue. Il sangue solitamente contiene circa 140.000-440.000 piastrine per microlitro (da 140 × 109 a 440 × 109 per litro). Se la conta piastrinica scende sotto le 50.000 piastrine per microlitro di sangue (50 x 109 per litro), può verificarsi un’emorragia anche in caso di traumi relativamente lievi. Tuttavia, il rischio più grave di sanguinamento generalmente si verifica solo se la conta piastrinica scende al di sotto delle 10.000-20.000 piastrine per microlitro di sangue (da 10 × 109 a 20 × 109 per litro). A livelli così bassi, il sanguinamento si può manifestare anche in assenza di lesioni visibili.

Cause
La trombocitopenia si può verificare quando il midollo osseo non produce abbastanza piastrine, come accade nella leucemia o altri disturbi del midollo osseo.

L’infezione da virus dell’epatite C, virus dell’immunodeficienza umana (HIV, il virus che causa la sindrome da immunodeficienza acquisita [AIDS]), virus di Epstein-Barr (la causa più comune di mononucleosi) e molti altri virus possono essere la causa della malattia.
Le piastrine possono restare intrappolate nella milza ingrossata, come accade nella cirrosi epatica, nella mielofibrosi e nella malattia di Gaucher.
In molte malattie, tra le quali le più frequenti sono la trombocitopenia immune, la porpora trombocitopenica trombotica e la sindrome emolitico-uremica, il corpo può utilizzare o distruggere una quantità eccessiva di piastrine.
Anche alcuni farmaci come alcuni antibiotici, l’etanolo, farmaci antitumorali e la chinina possono provocare trombocitopenia. La citopenia indotta da farmaci può essere la conseguenza di una ridotta produzione di piastrine da parte del midollo osseo (causata da tossicità per il midollo osseo) un aumento della distruzione delle piastrine (trombocitopenia immunomediata)
La trombocitopenia indotta da eparina (HIT)in cui il sistema immunitario produce anticorpi contro un complesso di eparina e la proteina PF4 (fattore piastrinico 4), stimolando la produzione di piastrine che finiscono per formare coaguli di sangue in tutto il corpo.
Poi esiste anche la condizione trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (VITT). Per ragioni sconosciute i vaccini con adenovirus innescherebbero – in un numero molto limitato di persone – un fenomeno autoimmune con attivazione anomala di fattori della coagulazione che finiscono per formare trombi.
Le trasfusioni massive di sangue possono diluire la concentrazione di piastrine nel sangue.

Sintomi Il sanguinamento cutaneo può essere il primo segno di trombocitopenia. Compaiono numerosi minuscoli puntini rossi (petecchie) sulla cute delle gambe e traumi di lieve entità possono provocare lividi (ecchimosi o porpora). Le gengive possono sanguinare e può comparire sangue nelle feci o nelle urine. Le mestruazioni possono essere molto abbondanti. L’emorragia può essere difficile da arrestare. Il sanguinamento peggiora con la diminuzione del numero di piastrine. I soggetti con conta piastrinica molto bassa possono perdere grandi quantità di sangue nel tratto digerente oppure sviluppare emorragie cerebrali potenzialmente letali anche senza traumi. La velocità con la quale i sintomi evolvono varia in base alla causa e alla gravità della trombocitopenia. Diagnosi Esami del sangue per misurare la conta piastrinica e la coagulazione Altri esami per eventuali disturbi che possono causare una bassa conta piastrinica Il sospetto di trombocitopenia si pone in tutti i soggetti con sanguinamenti ed ecchimosi anomali. La conta piastrinica viene spesso misurata regolarmente nei soggetti con patologie che potrebbero causare trombocitopenia. A volte la trombocitopenia viene scoperta quando gli esami del sangue vengono eseguiti per altre ragioni in soggetti che non presentano ecchimosi o sanguinamenti. La ricerca della causa della trombocitopenia è fondamentale per un corretto trattamento. Alcuni sintomi possono aiutare a individuare la causa. Per esempio, i soggetti generalmente manifestano febbre quando la trombocitopenia deriva da un’infezione. Per contro, la febbre è solitamente assente in caso di trombocitopenia immune, porpora trombotica trombocitopenica o sindrome emolitico-uremica. L’ingrossamento della milza, che si può riscontrare durante l’esame obiettivo del paziente, suggerisce un intrappolamento delle piastrine al suo interno e una trombocitopenia secondaria a una patologia che causa l’ingrossamento della milza. Talvolta, per ottenere informazioni sulla produzione piastrinica, può rendersi necessario prelevare un campione di midollo osseo da esaminare al microscopio (agoaspirato e biopsia del midollo osseo). Trattamento Trattamento della causa della trombocitopenia Evitare lesioni e farmaci che influiscono sulle piastrine Talvolta trasfusione di piastrine Il trattamento della causa spesso può curare la trombocitopenia. La trombocitopenia causata da farmaci solitamente si corregge con la sospensione del farmaco. La trombocitopenia causata dalla distruzione autoimmune delle piastrine (come nella trombocitopenia immune) è trattata con prednisone per ridurre la distruzione delle piastrine, farmaci per aumentare la produzione di piastrine nel midollo osseo e talvolta asportazione della milza (splenectomia). In genere, i soggetti con conta piastrinica bassa e sanguinamento anomalo non devono assumere farmaci che compromettono la funzione piastrinica (come l’aspirina o i farmaci antinfiammatori non steroidei).
 
Di salute (del 11/04/2021 @ 09:25:28, in Lettera P, visto n. 109 volte)
La pubalgia è una tendinopatia (o tendinite), cioè un’infiammazione del punto in cui il muscolo si attacca all’osso. In questo caso specifico stiamo parlando dei muscoli adduttori, dello psoas e del retto dell’addome.
Il 70-80% dei casi è causato dagli adduttori.
E’ causata da due potenziali cause: il sovraccarico diretto e il sovraccarico indiretto. Il sovraccarico diretto colpisce più facilmente gli sportivi e avviene nel momento in cui i muscoli vengono sollecitati oltre la loro capacità di sostenere lo sforzo. Ciò può verificarsi a causa di allenamenti troppo intensi, allenamenti non ben organizzati o scarso recupero tra un esercizio e l’altro.
In alcuni casi, le sollecitazioni alla zona sono state così forti che il problema non è più circoscritto soltanto ai tendini, ma coinvolge il tessuto osseo, in questo caso il pube. Una risonanza accerterà se è presente un edema osseo della sinfisi pubica.
Il sovraccarico indiretto invece può riguardare chiunque ed causto quando adduttori, psoas ed il retto dell’addome non lavorano più in equilibrio e causano dolore. Quest’ultimi due sono fondamentali per di bacino e la colonna vertebrale e possono dare problemi senza svolgere una particolare attività sportiva.

Il dolore che la persona avverte è situato nell’inguine, nel pube/ basso ventre a volte perfino nei testicoli. Il medico deve escludere se si tratti di problematiche dell’anca, principalmente l’artrosi e la lesione del labbro acetabolare, che possono dare sintomi simili alla pubalgia. Anche l’ernia può dare dei sintomi comparabili.

Come tutti i problemi tendinei, la pubalgia è caratterizzata da una prima fase “acuta”, che dura dai 15 ai 20-25 giorni. In questa fase il dolore può essere intenso e manifestarsi anche nelle azioni quotidiane, come salire sull’auto o tossire. E’ necessario riposo, 20 minuti di applicazione di ghiaccio per 2-3 volte al giorno, pomate anti infiammatorie.
 
Di salute (del 01/04/2021 @ 18:21:52, in Lettera C, visto n. 265 volte)
O cheratosi solare) è una lesione della pelle che si presenta come un’irritazione locale o una macchia rosata sul viso, sulle mani, sulla testa o sugli arti.
Colpisce il 3% della popolazione italiana sopra i 50 anni, ma oggi è in crescita soprattutto fra le persone (soprattutto donne) di età compresa fra i 40 e i 50, i cosiddetti “stakanovisti del sole”, che non rinunciano all’abbronzatura neanche d’inverno.
Non sono più solo muratori, pescatori e agricoltori, esposti al sole per professione, a rischiare lesioni alla pelle, ma quarantenni con anni di abbronzatura naturale e artificiale alle spalle per motivi puramente estetici. Un tumore mascherato da macchia che colpisce chi si abbronza di più. Il melanoma è lo spauracchio di chi esagera con l’esposizione al sole ma nel prossimo futuro potrebbe essere proprio questa lesione precancerosa della pelle a colpire sempre di più le nuove generazioni amanti della tintarella.

Le persone più a rischio sono rappresentate dai fototipi 1 e 2, quindi quelle con pelli bianche, occhi e capelli chiari, presenza di efelidi, che si scottano facilmente. Ma anche chi ha una lunga storia di esposizione solare senza adeguata protezione, per esempio con frequenti eritemi solari durante l’infanzia. Nelle linee guida è evidenziato il concetto di “campo di cancerizzazione”, che spiega perché una singola lesione può recidivare o trasformarsi in tumori multipli», spiega Lotti. «In pratica, la cute circostante alla lesione può diventare sede di alterazioni genetiche e di iniziale e graduale sostituzione delle cellule normali con cellule anomale». La presenza del “campo di cancerizzazione” fa si che anche che la rimozione chirurgica del tumore primario (con bisturi, crioterapia, laser, curettage ed elettrocoagulazione) non sempre sia in grado di evitare la crescita di nuovi nuclei cancerosi. Si è così posto in primo piano l’esigenza di trattare non solo il tumore visibile, ma anche il “campo invisibile” in cui si è sviluppato e che lo circonda.
Le nuove linee guida raccomandano una terapia completa (lesione+campo di cancerizzazione) soprattutto nelle persone che presentano lesioni multiple (il 20% dei pazienti ha più di 10 lesioni). In questi individui, infatti, una terapia completa può consentire di eliminare ciò che è evidente e di prevenire un carcinoma invasivo, determinando una lunga remissione e aumentando l’intervallo fra i cicli di terapia.
Le Linee guida per la cura della cheratosi attinica hanno confermato che diclofenac al 3% e sodio ialuronato, un farmaco ad uso topico sotto forma di gel, rappresenta una terapia specifica nel caso in cui si vogliano eliminare non solo le lesioni visibili ma anche si voglia agire sulle cellule nell’area circostante.
Molti studi clinici hanno provato l’efficacia e la tollerabilità di questo farmaco, che spesso evita il ricorso alla chirurgia. «Negli studi clinici pubblicati i pazienti trattati per 60-90 giorni con diclofenac sodico ialuronato gel hanno visto la remissione dell’80% delle lesioni con una tollerabilità buona della cura e una bassa percentuale di effetti collaterali»i.

Si controllano i nei, ma certe macchie vengono trascurate. La cheratosi attinica, invece, è particolarmente insidiosa perché, circa nel 10% dei casi, si può trasformare in carcinoma squamocellulare. Inoltre, la popolazione italiana è ormai conscia del pericolo melanoma e dell’importanza del controllo dei nei, ma non è a conoscenza del fatto che quella macchia rossastra che si può formare su varie parti del corpo, sulla quale poi compare una crosticina, può trasformarsi in tumore, per cui è fondamentale rivolgersi al più presto al dermatologo.
 
Di salute (del 02/09/2019 @ 17:16:16, in Lettera L, visto n. 483 volte)
70 anni fa la scoperta del litio per la cura di disturbi psichiatrici. A dimostrarne per la prima volta l'efficacia, nel 1949, fu John Cade, psichiatra australiano che iniziò a studiarlo durante la prigionia. Il litio è usato da milioni di persone al mondo ed è il trattamento standard per i disordini bipolari.

L'inizio delle ricerche di Cade risale alla Seconda Guerra Mondiale, quando, durante la detenzione nel campo di prigionia giapponese di Changi a Singapore, iniziò a notare il legame tra alcune carenze alimentari e malattie nei suoi compagni prigionieri.
Dopo la guerra, proseguì le sue indagini in un'area abbandonata dell'ospedale psichiatrico di Bundoora vicino a Melbourne, in Australia, "senza avere accesso ai progressi della tecnologia o alle strutture moderne". Qui scoprì che il carbonato di litio - già in uso per trattare la gotta - tendeva a calmare le cavie: quando venivano girate sulla schiena, invece di mostrare irrequietezza lo guardavano placidamente. Si chiese la sostanza potesse avere un effetto tranquillizzante anche sui suoi pazienti.
Dopo averlo provato su se stesso, iniziò a trattare dieci persone con mania depressiva: nel 1949, riportò i rapidi e netti miglioramenti trovati in uno studio pubblicato nel Medical Journal of Australia.

Il documento, all'epoca, passò inosservato. A contribuire alla diffusione di questa sostanza fu uno psichiatra danese, Mogens Schou, che, a partire dagli anni '50 condusse una serie di esperimenti, culminati in uno studio clinico in doppio cieco, controllato con placebo, pubblicato nel 1970 su The Lancet, che stabilì senza dubbio che il litio era efficace per la maggior parte delle persone con disturbo bipolare, incluso il fratello dello stesso Schou.
 
Di salute (del 24/07/2019 @ 15:12:34, in Lettera P, visto n. 499 volte)
La sindrome di Prader-Willi è una malattia genetica rara caratterizzata da anomalie ipotalamico-pituitarie associate a grave ipotonia nel periodo neonatale e nei primi due anni di vita e alla insorgenza di iperfagia, che esita nel rischio di obesità patologica durante l'infanzia e nell'età adulta, a difficoltà di apprendimento e a disturbi comportamentali o problemi psichiatrici gravi.

L'ipotonia grave alla nascita comporta problemi alla deglutizione e all'allattamento e un ritardo dello sviluppo psicomotorio, ma tende a attenuarsi parzialmente con l'età. Sono state spesso segnalate caratteristiche facciali peculiari (fronte stretta, occhi a mandorla, labbro superiore sottile e bocca rivolta verso il basso) e mani e piedi molto piccoli.

Dopo questa fase iniziale, i segni principali sono l'iperfagia e la mancanza di sazietà che causa spesso, nei bambini affetti di circa due anni, obesità grave. In assenza di controlli esterni adeguati, la condizione può peggiorare rapidamente. L'obesità è la causa più importante di morbidità e mortalità dei pazienti. Altre anomalie endocrine correlate contribuiscono a un quadro clinico caratterizzato da bassa statura, deficit dell'ormone della crescita, e sviluppo puberale incompleto. Il deficit cognitivo è estremamente variabile e si associa a difficoltà di apprendimento e a uno sviluppo anomalo del linguaggio, spesso aggravati dai disturbi comportamentali e psicologici.

È dovuta ad anomalie della regione critica del cromosoma 15 (15q11-q13). Gli esperti concordano che la diagnosi debba basarsi su criteri clinici (i criteri di Holm del 1993, rivisti nel 2001) e essere confermata dalle analisi genetiche. La maggior parte dei casi è sporadica e i casi familiari sono rari; tutte queste informazioni dovrebbero essere fornite dalla consulenza genetica.

La diagnosi precoce, la terapia multidisciplinare precoce e la terapia con l'ormone della crescita (GH) hanno migliorato sensibilmente la qualità della vita di questi bambini.
 
Di salute (del 09/07/2019 @ 16:41:58, in Lettera v, visto n. 821 volte)
E' l’apparato femminile che comprende il monte di Venere, il clitoride, le piccole labbra, le grandi labbra e l’apertura uretrale (dalla quale esce l'urina). La vulva è rivestita da epiteli con caratteristiche differenti. Le grandi labbra presentano un epitelio squamoso strati­ficato cheratinizzato di derivazione ectodermica, dove si ritrovano numerose ghiandole sudoripare, sebacee ed annessi piliferi. Queste si congiungono anteriormente a formare la commessura labiale anteriore, e si fondono posteriormente con il tessuto circostante alla commessura posteriore per sconfi­nare nel perineo, area tissutale che separa l'introito vaginale dalla regione perianale. Le piccole labbra, situate medialmente alle grandi labbra, presentano un epitelio squamoso che progressivamente mostra una riduzione della cheratinizzazione super­ficiale, l'assenza di annessi piliferi, ghiandole sudoripare e l'incremento di ghiandole sebacee. La regione vulvare presenta alcune peculiarità che la rendono vulnerabile a numerosi stimoli infettivi, microtraumatici e pratiche igienico comportamentali non corrette, come un'igiene intima inadeguata. In particolare, la vulva rappresenta un'area di transizione cutaneo-mucosa, è adiacente a serbatoi microbiologici come l'area perianale e la vagina, ha una ricchezza di annessi piliferi e ghiandole sudoripare e sebacee, e non da ultimo presenta una quasi costante occlusione (biancheria intima, assorbenti e salvaslip) che può favorire l'insorgenza di fenomeni irritativi ed allergici. La cute vulvare, come quella di altri distretti corporei, presenta un film idrolipidico superficiale, che ha funzioni protettive di barriera. Fattori locali tra cui il calore, l'umidità e l'attrito ne possono indebolire la funzione di barriera, contribuendo all'insorgenza di fenomeni irritativi. Il film idrolipidico viene ulteriormente danneggiato dalla maggior parte delle patologie vulvari, ed il suo ripristino è elemento essenziale dei protocolli di cura. Il ph vulvare fisiologico presenta un range tra 3.8 e 4.2, collocabile tra i valori di quello cutaneo (ph di 4,7) e quello vaginale (ph medio di 3.5 in età fertile). Questo può essere influenzato da fattori endogeni quali umidità, sudorazione, secrezioni vaginali, mestruazioni, contaminazione di feci ed urine ed età. Mentre notevole rilevanza nelle variazioni del ph vulvare hanno fattori esogeni quali detergenti intimi, lubrificanti, prodotti cosmetici, assorbenti, salvaslip ed esiti di depilazione. Come particolare "regione di confine" tra cute e mucosa, nella vulva è possibile ritrovare elementi patologici unici rispetto ad alcune affezioni dermatologiche che presentano un aspetto differente in altre aree cutanee.
 
Di salute (del 24/06/2019 @ 14:25:53, in Lettera G, visto n. 549 volte)
La gastroschisi è la protrusione dei visceri addominali attraverso un difetto di tutto lo spessore della parete addominale, di solito a destra dell'inserzione del cordone ombelicale. E’ un difetto di formazione della parete addominale che determina la non completa chiusura dei muscoli e della cute dell'addome e che ha come conseguenza la fuoriuscita degli organi addominali. In oltre il 90% dei casi è risolvibile con un intervento chirurgico in epoca neonatale. La diagnosi avviene spesso in epoca prenatale,solitamente tra I° e II° trimestre di gravidanza. All'ecografia si visualizzano gli organi addominali, generalmente l'intestino, che fuoriescono dall'addome del feto da una piccola apertura (di 2-4 cm) posta alla destra dell'ombelico. E’ necessario prendere con molta cautela una diagnosi di gastroschisi. La diagnosi prenatale è fondamentale perché permette di seguire l'evoluzione in utero e di pianificare la miglior assistenza al neonato, consentendo ai genitori di prepararsi alle cure.
 
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